Trauma psicologico e sintomi fisici

da | Ago 16, 2024 | Trauma e relazioni

trauma psicologico sintomi fisici

Nelle persone che ne sono colpite, i frammenti sensoriali dell’esperienza traumatica tendono invadere il presente, dove vengo rivissuti. Finché non si risolve il trauma psicologico, l’ormone dello stress, che il corpo produce per proteggersi, si mantiene in circolo generando una serie di sintomi fisici.

Molte persone possono non essere consapevoli della relazione tra i loro sentimenti, le reazioni apparentemente folli e ingiustificate e gli eventi traumatici vissuti (magari anni prima). Non hanno idea del perché rispondono anche a una seccatura come se fossero in pericolo di vita.

Il trauma è rimesso in atto nel corpo, senza che vi sia una connessione consapevole tra ciò che è accaduto allora è quello che sta succedendo in questo momento, dentro di noi. Non possiamo cancellare eventi terribili del passato ma è e possibile imparare a gestirne l’esperienza, rendendola tollerabile.

Secondo la teoria elaborata da S. Porges (La teoria polivagale. Fondamenti neurofisiologici delle emozioni, dell’attaccamento, della comunicazione e dell’autoregolazioneil sistema nervoso autonomo regola tre stati fisiologici fondamentali. Se ci si sente minacciati, si fa ricorso istintivamente al primo livello, il coinvolgimento sociale: chiediamo supporto e conforto alle persone vicine. Se nessuno ci presta soccorso, o ci troviamo immediatamente in pericolo, l’organismo ritorna a una modalità più primitiva di sopravvivenza attacco/fuga: attacchiamo chi ci attacca o scappiamo verso un luogo sicuro. Tuttavia, se tutto ciò non funziona – non riusciamo a fuggire, rimaniamo intrappolati – l’organismo cerca di salvaguardarsi, spendendo il minor quantitativo possibile di energia o spegnendosi momentaneamente. Siamo, quindi, in uno stato di congelamento (freezing) o collasso (shut down).

Si può quindi reagire a una situazione traumatica o attraverso la risposta di attacco/fuga, oppure attraverso il suo contrario: spegnersi, arrendersi temporaneamente, rendendosi morti per il mondo esterno (strategia tipica dell’opossum nel mondo naturale).

Sapere cosa sentiamo è il primo passo per capire perché ci sentiamo in quel modo

Le persone traumatizzate si sentono continuamente in pericolo dentro il proprio corpo: il passato vive in forma di disagio interiore perenne. Il corpo è costantemente bombardato da segnali di pericolo e, nel tentativo di controllare questi processi, automaticamente ignorano le sensazioni viscerali, annebbiando la consapevolezza di ciò avviene dentro di loro (numbing).

Il prezzo dell’ignorare o del distorcere i messaggi provenienti dal corpo è quello di perdere la capacità di valutare ciò che è veramente pericoloso e, cosa altrettanto negativa, ciò che invece è sicuro o nutritivo.

Inoltre il trauma condiziona a trattare le emozioni come problemi fisici, piuttosto che come segnali degni di attenzione.

Su un gradino più in basso nel “distacco” da se stessi si colloca la depersonalizzazione: la perdita del senso di se stessi, che è molto frequente durante le esperienze traumatiche. Un meccanismo che può essere visto come funzionale alla sopravvivenza ma disfunzionale quando si estende oltre la condizione di minaccia, permanendo nell’età adulta (in genere a seguito di situazioni traumatiche infantili di tipo protratto e cumulativo).

Le vittime di traumi non possono guarire fintanto che non riprendono familiarità con le loro sensazioni corporee.

I sintomi del trauma psicologico

I sintomi si presentano sotto forma di flashbacks improvvisi, vissuti di ansia e depressione, stato costante di allerta, incubi, etc. Se questi sintomi persistono per più di un mese e provocano una compromissione del funzionamento della persona in termini sociali, lavorativi o in altre aree importanti, si può parlare di Disturbo da stress post-traumatico per il DSM-5-TR (l’edizione più recente del Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali).

La probabilità di sviluppare questo disturbo aumenta in base all’intensità del periodo di esposizione agli eventi stressanti, a problemi emotivi latenti, a traumi precedenti e alla carenza di supporto sociale.
Le conoscenze attuali ci dicono che il trauma (e lo stress correlato ad esso), ha una vera e propria base fisiologica nel corpo. I sintomi hanno origine dalla risposta del corpo durante il trauma primario ed originale. Per la persona traumatizzata, anche la sola percezione di suoni, odori e immagini che rievocano il trauma (cioè funzionano da attivatori o trigger) crea una sorta di paralisi o di congelamento (il già menzionato freezing).

Molto comune tra i sopravvissuti a un trauma è anche la presenza di sintomi fisici apparentemente inspiegabili e non riconducibili in maniera diretta a cause organiche. Queste condizioni rappresentano dei quadri sintomatologici più complessi e connotati da una molteplicità di sintomi rispetto a quelli di altre condizioni cliniche.

L’ampia costellazione che viene di solito riferita appartiene generalmente a quattro macro aree:

  • Sintomi a carico del sistema muscoloscheletrico, come cefalea, mal di schiena, dolori muscolari ecc.;
  • Sintomi cardiocircolatori, tachicardia, aritmia, ipertensione, ecc.;
  • Sintomi gastrointestinali, come gastrite e colite;
  • Sintomi pseudo-neurologici, come vertigini, capogiri, intorpidimento in alcune parti del corpo, ecc.

La somatizzazione del trauma

Studi recenti indicano che esperienze precoci avverse, come storie di traumi sessuali e di violazioni fisiche ed emotive, possono contribuire allo sviluppo della somatizzazione in età adulta.
L’esposizione all’evento traumatico determina una vera e propria “vulnerabilità somatica” nella vittima che, vivendo in un costante stato di allerta e di minaccia alla sua incolumità, inizia a manifestare una serie di sintomi nel corpo.

La tendenza alla somatizzazione sembra essere causata dai cambiamenti neurobiologici e dall’aumentato arousal (attivazione) fisiologico che segue l’esposizione a un trauma. Quando lo stato di iperarousal diventa cronico, determina una disregolazione dell’intero sistema fisiologico di risposta allo stress e, di conseguenza, il successivo sviluppo di condizioni stress-correlate. L’esperienza del trauma ha anche un impatto sulle valutazioni legate alla presenza di stimoli percepiti come pericolosi, e non riguarda solo gli stimoli esterni all’individuo, ma anche tutti gli stimoli interni, come quelli fisici e psicologici. Questi errori di valutazione determinano evitamento, catastrofizzazione dei sintomi e amplificazione dell’esperienza della malattia.

La somatizzazione è correlata ad altre conseguenze psicologiche del trauma come la tendenza depressione, i disturbi d’ansia (come gli attacchi di panico), il PTSD (Disturbo post traumatico da stress) e la dissociazione.

In particolar modo, vi è una strettissima associazione con il PTSD, al punto che quest’ultimo sembra influenzare lo sviluppo della somatizzazione dopo gli eventi traumatici (Afari et al., 2014). E’ stato evidenziato, inoltre, che alcuni sintomi del PTSD (come l’iperarousal) causino tensione muscolare, che può generare un disturbo somatoforme, e alcuni studi hanno riscontrato che i sintomi intrusivi di ri sperimentazione del trauma (flashbacks, incubi, etc.) e il numbing (ottundimento) predicono la presenza di sintomi somatici in pazienti con PTSD (Morina et al., 2018).

I sintomi fisici per comunicare il dolore

Inoltre, secondo alcuni autori, i sintomi fisici rappresentano una forma inconsapevole di comunicazione del dolore e della sofferenza emotiva subita, poiché molte vittime non sono in grado di descrivere a parole le loro esperienze traumatiche. Molti sopravvissuti, infatti, non hanno consapevolezza della sofferenza psicologica, ma solo del disagio e del malessere fisico. Il sintomo organico, quindi, consentirebbe alla persona di preoccuparsi di qualcosa di reale e concreto piuttosto che della sofferenza emotiva, più difficile da raccontare e gestire.

Un’altra spiegazione del legame tra somatizzazione e trauma è che un bambino in ambienti non protettivi o traumatici sviluppa l’aspettativa che gli altri non risponderanno ai suoi bisogni emotivi e che non riceverà alcun aiuto alla propria sofferenza: inizierà quindi a ricercare l’aiuto di cui ha bisogno, chiedendo attenzione in relazione a sintomi fisici.

Nella maggior parte dei casi, i trattamenti medici e farmacologici tradizionali non sono risolutivi per questi sintomi, la cui origine è di natura psicologica/traumatica.

Il corpo accusa il colpo

Nell’ultima parte del libro “Il corpo accusa il colpo” di B. Van Der Kolk, vengono descritte le numerose terapie efficaci e i percorsi di cura (a partire dall’EMDR, fino all’arte-terapia, la mindfulness, lo yoga) a cui lo psicotraumatologo dovrebbe far ricorso, oltre alla conoscenza specifica dell’impatto del trauma, dell’abuso e della trascuratezza, per aiutare a stabilizzare e calmare i pazienti e favorire l’interruzione dell’intrusione dei ricordi traumatici e delle riattualizzazioni (re-enactment).

Per quanto l’impatto del trauma sia forte, spiega l’autore, tramite l’uso di molteplici tecniche, volte alla re-integrazione delle parti dissociate, si può verificare una riconnessione con se stessi, finalmente sentendosi al sicuro nel proprio corpo e instaurando rapporti basati sulla fiducia.

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