Le risposte del sistema nervoso sono la base della sopravvivenza a situazioni traumatiche, ma una volta scomparsa la minaccia possono facilmente diventare contro adattive.
Come lavorare con queste difese per aiutare i pazienti a guarire dal trauma?
La seguente è una situazione esemplificativa:
Una ragazzina vive con i genitori. La madre è sempre fuori per impegni di lavoro, da cui si fa assorbire, la ragazza resta col padre. Ma il padre è risentito con entrambe, moglie e figlia, che intralciano le sue ambizioni. Qualche volta la sua rabbia diventa violenta, specialmente quando esagera con l’alcol.
La ragazza diventa il contenitore della frustrazione rabbiosa del genitore. Tuttavia, deve fare affidamento sui genitori per i bisogni fondamentali e, conseguentemente, vive una condizione di stress psicologico ed emotivo cronico.
Come si sopravvive a un ambiente instabile e pericoloso, costantemente imprevedibile?
Secondo Stephen Porges, PhD, il sistema nervoso dei mammiferi si è sviluppato secondo tre risposte alla minaccia: ingaggio relazionale, mobilità del simpatico, e immobilità del parasimpatico.
Ciascuna di queste risposte è stata acquisita in uno stadio diverso nella nostra storia evolutiva, e possono tutte essere efficaci per ridurre le circostanze di pericolo o permetterci di sopravvivere a esperienze traumatiche. Tuttavia, una volta che il sistema nervoso scopre che una particolare risposta funziona, rafforza le connessioni neuronali relative, e quella reazione viene riattivata con maggiore probabilità.
Non solo, quando sperimentiamo un trauma, il nostro sistema nervoso si abitua a rilevare pericoli simili, predisponendosi ad attivarsi con risposte analoghe.
Per le persone che fanno esperienze traumatiche, come la ragazzina dell’esempio, la spinta auto conservativa diviene una vera e propria lotta quotidiana per la sopravvivenza, che assorbe e invade molte altre aree vitali.
Quando la tendenza all’ingaggio sociale è la risposta al trauma
Gli esseri umami prima di tutto fanno affidamento sugli altri esseri umani per la sopravvivenza , come creature sociali.
La mimica facciale, l’intonazione, il linguaggio, vengono usati per mitigare le minacce come strumenti relativamente recenti.
Per questo Bessel van der Kolk, MD, ritiene che più siamo spaventati, più ricerchiamo la vicinanza dei nostri simili, ma non tutti andiamo nella stessa direzione.
Di seguito le possibili opzioni.
1 – Attaccamento/richiesta di aiuto
Pat Ogden, PhD, dice che il messaggio è, in questo caso, “non sopravviverò senza il tuo aiuto”.
Quando però allo stesso tempo la minaccia proviene dalla stessa persona che ci accudisce (come per la ragazzina è il padre), le cose si fanno complicate. La ragazza potrebbe optare per una richiesta alla madre, chiamandola più volte al lavoro o rivolgendosi a una fidata insegnante.
Per alcuni adulti questa persona a cui rivolgersi e a cui chiedere auto è il terapeuta.
Come si lavora con questi pazienti?
Secondo Janina Fisher, PhD, la chiave potrebbe essere rappresentata dalla comunicazione tra emisferi destri: la comunicazione tra emisferi destri va oltre le parole e include segnali non verbali come le espressioni facciali, il contatto visivo, il tono della voce e il tipo di linguaggio scelto per esprimere presenza e comprensione su un piano somatico e emotivo.
Una volta stabilita la connessione tra i due sistemi nervosi, del paziente e del terapeuta , è più semplice per il terapeuta creare un legame: il legame consente di rimanere una presenza interna per il paziente, non essendo possibile essere disponibili nelle 24 ore e anche se ciò fosse possibile, di fatto inibirebbe lo sviluppo dell’autonomia del paziente (e la possibilità di contare su se stesso come persona adulta, vero scopo della terapia).
2 – Compiacere e attrarre a sè (fawn)
Chiamata anche risposta di condiscendenza o compiacimento cronico, mira istintivamente a stare dalla parte della persona abusante o minacciosa, col fine di mitigare il rischio di essere aggrediti. Questo potrebbe implicare il mantenere un comportamento tale da non attivare il sistema nervoso dell’aggressore, o da calmarlo in modo attivo.
Queste strategie di adattamento e avvicinamento alle esigenze dell’aggressore sono particolarmente efficaci in situazioni di abuso cronico e ripetuto.
Ritornando alla ragazzina, l’obbedienza al padre potrebbe essere usata per evitare di attivare la sua rabbia e il suo risentimento: ad es. potrebbe fare di tutto per evitare brutti voti e, anzi, impegnarsi per farlo ben figurare con i suoi amici, inconsapevolmente usando una strategia attiva di evitamento degli scoppi di collera del genitore.
I pazienti di solito portano questo pattern anche in terapia, divenendo “bravi pazienti”. Talvolta questo atteggiamento, che lusinga il terapeuta, nasconde però uno stallo nel lavoro terapeutico.
Quando il sistema simpatico risponde al trauma
Prima che si sviluppasse il sistema di ingaggio sociale, i nostri antenati facevano affidamento sul sistema simpatico. Davanti a una minaccia, grazie a questo tipo di attivazione, più antica, vengono rilasciate adrenalina ed epinefrina per immobilizzarci.
3. Freeze (congelamento)
Qui parliamo non di una risposta di congelamento momentanea che aiuta l’individuo a riorientarsi rispetto all’ambiente esterno, ma di una risposta cronica, di paralisi vigile, in una condizione di iper arousal.
La frequenza cardiaca e la pressione sono aumentate, i muscoli tonici benché immobili.
Come Bessel van der Kolk afferma, non si può fare psicoterapia e nemmeno psico educazione quando i pazienti sono in questa condizione, perché semplicemente la mente non assorbe e non elabora.
Come possiamo aiutare quidi i pazienti cronicamente in questo tipo di riposta a tornare nella loro finestra di tolleranza?
Secondo Peter Levine, PhD, è necessario trovare una via d’uscita all’energia bloccata nella risposta di congelamento.
Per far questo Stephen Porges mise a fuoco due strategie:
- La rimozione di segnali di pericolo
- Trovare spunti di sicurezza
Queste strategie posso essere realizzate attraverso la comunicazione non verbale, la mimica facciale e l’intonazione della voce, per cercare di oltrepassare le difese del paziente che si trova in questo stato.
4 – Fight or Flight (attacco/fuga)
Ritornando all’esempio della ragazzina, cosa succederebbe se cercasse di scappare?
Vista l’età non potrebbe provvedere a se stessa in termini materiali. D’altra parte, i suoi genitori potrebbero rivolgersi alle forze dell’ordine per riportarla a casa.
E, relativamente alla lotta fisica, il padre sarebbe sicuramente più forte di lei.
E’ per questo che abbiamo una difesa ultimativa al trauma, grazie al sistema parasimpatico:
Anche prima dello sviluppo del Simpatico, una versione precoce del nervo vago controllava la risposta parasimpatica.
5 – Collasso/svenimento (shutdown)
È l’ultima chance: anche quando è impossibile fuggire, la lotta sarebbe inutile per le caratteristiche dell’aggressore e la minaccia comunque imminente, il nostro organismo cerca di sottrarci al trauma con un’entità minima di danno.
Secondo Pat Ogden, nella riposta di morte apparente, grazie al sistema dorso vagale, il collasso delle funzioni rende i muscoli fiacchi e rallenta respiro e battito cardiaco.
Si può avere una reazione dissociativa, in modo che la persona sia disconnessa dal corpo che vive il trauma. Tuttavia gli oppioidi naturali responsabili di questo risultato, sono associati a sentimenti cronici di depressione.
Altra conseguenza negativa del ricorrere alla condizione di collasso come risposta abituale, è la predisposizione a non percepire con sufficiente chiarezza i successivi segnali di pericolo esterno.
In queste situazioni il lavoro è somatico, per reintrodurre i movimenti che sono stati soppressi e verbale con il role playing, per aiutare i pazienti a differenziare la risposta collassata dorso vagale, lo stato di eccessiva attivazione simpatica, e lo stato ventro vagale ottimale, anche detto finestra di tolleranza.
Inoltre il lavoro psicologico di psicoeducazione riformula la prospettiva e mostra come queste siano prima di tutto riposte animali e adattive che promuovono la sopravvivenza: così si aumenta l’auto compassione e si riduce la vergogna associata a eventi traumatici, che mantiene il paziente in un circolo vizioso di impotenza appresa.
riferimenti
