Come perdonare dopo l’abuso psicologico, in particolare messo in atto da una personalità verosimilmente narcisistica?
Forse non è necessario.
Credo che nessuno debba sentirsi in obbligo di perdonare dopo gravi abusi. La pressione sociale a perdonare ha portato molte persone a sentirsi in colpa per molto tempo.
Inoltre, perdonare in maniera prematura, rispetto all’intero processo di elaborazione del trauma, può portare a un perdurare dei sintomi. Autori come D. Ramani sottolineano come perdonare qualcuno che ripropone gli stessi comportamenti abusanti e, come si dice spesso, tossici, possa compromettere in maniera significativa il benessere mentale della vittima.
L’abuso psicologico mina alle fondamenta il senso di identità personale, il senso di sicurezza di base nelle relazioni, l’autostima e la fiducia nelle proprie percezioni della realtà.
Perdonare in modo affrettato può compromettere il processo di guarigione, che può e deve avvenire. Inoltre, come clinici, sarebbe sbagliato dare indicazioni che fanno capo alla sfera spirituale dei nostri pazienti.
Il processo di guarigione
La guarigione dall’abuso psicologico, in particolare da quello narcisistico, significa individuarsi, rendersi autonomi e sviluppare il proprio sé più autentico. Questo processo non sempre implica, e certamente non impone, il perdono per la persona abusante. Tanto più che dove il cambiamento è improbabile, la ripetizione degli schemi relazionali abusanti può portare un nuovo senso di tradimento.
Lo psicotraumatologo R. Muller (2020) sostiene che la fretta di perdonare può essere emotivamente limitante perché abbrevia in modo fittizio un processo che è invece a volte lungo, complesso e non statico e lineare. Il survivor può perdonare in modo parziale e provare nel corso del tempo sentimenti diversi verso gli stessi eventi traumatici e chi ha messo in atto quelle azioni: chiudere questa elaborazione con un perdono affrettato può essere controproducente perché blocca la possibilità di attraversare stati emotivi diversi.
Questo è tanto più vero nel caso di abusi psicologici protratti nel tempo, in cui non ci sono state (e probabilmente non ci saranno) né cambiamento da parte della persona abusante né scuse sincere.
Le scuse sono atti di umiltà, che, come scrive J. Herman (2024), placano i sentimenti di rabbia impotente e di amarezza ma purtroppo non sempre hanno luogo. D’altra parte, le vittime esprimono spesso soltanto il desiderio di lasciare andare l’aggressore e tutto quello che rappresenta nella loro mente.
Concludo citando C. Mucci, che nel suo bel testo Trauma e perdono (2014), definisce il perdono come una pratica e un atto spontaneo che origina dopo un lungo travaglio e molto lavoro clinico e, aggiunge, “è nelle relazioni dentro il Sé che può esserci riparazione, senza che vi sia necessariamente riconciliazione con l’altro nella realtà, anzi a volte l’altro va definitivamente lasciato al suo destino”.
