Ambienti di lavoro tossici

da | Mag 28, 2024 | Relazioni lavorative

Ambienti di lavoro tossici

Gli ambienti di lavoro tossici non sono tali in quanto semplicemente non ci piace il nostro lavoro: le dinamiche tossiche nei gruppi di lavoro sono costituite dalla tendenza alla menzogna, alla svalutazione, al superamento di confini personali e professionali. Potrebbero avere luogo commenti inappropriati, che mettono a disagio o attacchi diretti.

Poiché lo stress e l’ansia derivanti da situazioni di questo tipo si riversano nella sfera personale, è necessario non sottovalutare a queste dinamiche, perché posso portare a una radicale diminuzione della qualità della vita.

Ci può essere un’atmosfera squalificante e una generale tendenza al bullismo, in ogni caso la competenza e la sicurezza con cui vengono espletate le varie mansioni professionali viene minata.
In modo paradossale poi si viene punti per il calo della produttività, inevitabile a queste condizioni.

Caratteristiche degli ambienti di lavoro tossici

Di seguito 6 caratteristiche di un ambiente di lavoro disfunzionale, che posso presentarsi insieme o separatamente:

  1. La presenza di gruppi chiusi, che funzionano come cricche che escludono chi non ne fa parte, a meno che le alleanze cambino. Possono esserci battute e pettegolezzi su coloro che si trovano al di fuori del giro. A volte a questi piccoli gruppi posso essere offerti progetti e incentivi, indipendentemente dall’impegno profuso nel lavoro o dalle competenze di base.
    Gli altri membri si sentono alienati e trattati ingiustamente, nei casi più gravi esclusi dalle comunicazioni importanti (ad es. con l’esclusione dalle mailing list).
  2. Scarsa capacità di ascolto delle esigenze del personale. Preoccupazioni o richieste di supporto vengono ignorate. Potrebbero esserci risposte reattive e guidate dall’emotività, piuttosto che la disponibilità ad affrontare il problema. Potrebbe essere utilizzato un linguaggio sarcastico o aggressivo, che blocca la comunicazione a causa del timore di
    ricevere ulteriori risposte di questo genere. Un capo che non ascolta i propri dipendenti non ispira fiducia, senso di lealtà e demotiva il gruppo di lavoro: si crea un clima che non stimola la crescita o è marcatamente distruttivo.
  3. Doppi standards: i dirigenti non seguono un codice etico di condotta ma se la prendono con chi osa, anche inconsapevolmente, porre in luce i loro comportamenti incoerenti. Non si assumono alcuna responsabilità per eventuali sbagli o errori: è sempre colpa di qualcun altro, di solito di grado inferiore. Le regole sono usate contro le persone per costringerle, per controllarle: regna un’atmosfera di paura e i dipendenti tendono a camminare sulle uova e sono in costante competizione gli uni con gli altri.
  4. Comunicazioni mistificanti e manipolazione psicologica: riferirsi al gruppo di lavoro come a una famiglia, può avvantaggiarne alcuni membri, di solito in ruoli direttivi, portando chi si trova in posizioni subordinate a tollerare anche gravi sconfinamenti nella vita personale e vere e proprie ingiustizie, nel nome di un senso di solidarietà fasullo e manipolativo (ad es. proponendo straordinari non pagati o lavoro da casa nei tempi di festa o riposo).
  5. Turnover elevato: nessuno resta a lungo. Questa situazione può celare mancanza di opportunità, cattiva gestione, nessun supporto o apprezzamento per chi mostra competenza e professionalità elevate. Ne consegue una generale demotivazione che compromette la produttività.
  6. Aperto bullismo, il caso più grave, in cui si verificano comportamenti di minaccia, commenti e osservazioni dirette a far deliberatamente sentire qualcuno a disagio e sgradito (esprimersi in modo dispregiativo verso le caratteristiche fisiche di qualcuno, dei suoi valori personali o del suo retroterra culturale). L’obiettivo potrebbe essere solo quello di dominare
    e di sentirsi importanti, utilizzando soprannomi scortesi, pettegolezzi, sino alla disumanizzazione delle vittime. Oppure questa modalità (che potrebbe confluire nel mobbing) potrebbe avere lo scopo di rendere la vita impossibile alla vittima designata, costringendola ad abbandonare il suo posto.

Cosa fare

L’esposizione a lungo termine a un ambiente come questo può avere un enorme impatto sulla salute mentale e fisica dei lavoratori e può portare a una situazione di burn out, in cui la tossicità della situazione lavorativa disfunzionale li segue anche a casa, con disturbi psicosomatici di vario tipo. Anche nei casi meno gravi è necessario intercettare i segnali di disagio, rivolgendosi a un professionista della salute mentale, che può supportare la persona nelle scelte più adeguate.

Non sempre è tuttavia possibile cambiare lavoro e trovare in tempi brevi un’altra condizione professionale stabile e adeguata.

È allora quanto mai necessario, anche nell’ambito di una consulenza specialistica, imparare a decodificare le dinamiche patologiche e disfunzionali (tossiche). A quel punto si acquisiscono strumenti che consentono di prenderne, almeno in parte, le distanze, stabilendo confini appropriati – anche allontanandosi fisicamente da giri di pettegolezzi e cercando trascorrere le pause in luoghi e con colleghi positivi.

Per potersi poi costruire uno scudo emotivo e uscire rapidamente da certe dinamiche comunicative (senza isolarsi totalmente dal proprio gruppo di lavoro), è necessario il confronto serrato con un professionista che ci possa supportare: il lavoro è una parte importante della vita e l’identità professionale riguarda ambiti personali vitali. Nell’ambito dei percorsi psicologici si possono imparare anche tecniche (respirazione, mindfulness, grounding) che aiutando a limitare lo stress.

È importante muoversi con attenzione e, ove la disfunzionalità sia profonda e conclamata, con strategia, in modo da salvaguardare il nostro benessere psicologico, emotivo e la sfera dell’integrità personale ed etica.

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